PIANO STRATEGICO PER IL TURISMO. ISTRUZIONI PER L’USO

PIANO STRATEGICO PER IL TURISMO. ISTRUZIONI PER L’USO

USA, Spagna, Cina, Francia, Italia, Regno Unito, Germania e Tailandia sono  – secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo, i primi 8 paesi al mondo per spesa effettuata dai turisti internazionali nei loro territori. Quanto ha contato per ognuno di essi l’avere un Piano Strategico per il turismo? Non abbiamo una risposta certa. Dopo avere letto decine di paper scientifici su piani, programmazione e politiche del turismo abbiamo un dato interessante; nei pochi casi in cui qualche ricercatore ha assunto una posizione (il Piano X per il Paese Y ha funzionato/non ha funzionato), lo stesso ricercatore non ha supportato i suoi argomenti con evidenze oggettive e solide. Ci sono due modi per valutare. Il primo é il metodo soggettivo; si chiede ad operatori turistici e opinion leader una valutazione positiva/negativa sul piano. Il secondo metodo é processuale; si fa la conta di quante iniziative/azioni – di quelle previste – siano state attuate. Ci sarebbe un terzo, ma é quasi teorico, si valuta ex-post l’impatto delle azioni realizzate. La letteratura sul tema  offre, tuttavia, due spunti di riflessioni interessanti a chi vuole capire cosa aspettarsi dal Piano Strategico per il Turismo che il Ministro Franceschini ha annunciato per luglio 2016. Il primo é un invito a basare le vostre aspettative sul principio della realpolitikIl secondo é un invito a considerare il Piano come un processo di apprendimento.

Consideriamo la realpolitik. Il turismo non é un vero settore economico, ma un insieme di settori messi insieme dal carrello della spesa dei turisti. In aggiunta, la maggior parte delle imprese operanti nei settori economici che interessano il turismo, sono piccole, diffuse sul territorio e, a parte alcuni casi ed alcuni territori, hanno fatturati che dipendono in parte dai turisti. Infine, i turisti sono per certi versi residenti pro-tempore delle località che visitano. Questa struttura economica ha tre importanti conseguenze sotto il profilo delle politiche pubbliche.  Primo, manca una rappresentanza comune e forte degli interessi (non sempre allineati) del settore turistico. Secondo, ci sono molte entità della pubblica amministrazione, nazionali e locali, che con le loro decisioni influenzano in modo rilevante i comportamenti di imprese e turisti. Terzo, gli interessi di residenti e turisti non sempre coincidono, pur dovendo condividere gli stessi spazzi e infrastrutture. In sintesi, fare sistema in queste condizioni é molto difficile. Per fare sistema intendiamo prendere decisioni comuni (cioè che vanno bene a vari ministri, regioni e parti sociali ) che poi non incontrino ostacoli per essere attuate. Il tutto é reso ancora più difficile da un quadro politico frammentato senza una maggioranza forte. Il Piano degli aeroporti  é un esempio molto concreto di quanto affermiamo. Da una parte abbiamo la Spagna che ha privatizzato l’AENA una società che gestisce gli scali  di tutto il paese e che ha capitali e mezzi per farlo in modo efficiente. Dall’altra l’Italia che con il Piano degli aeroporti  ha di fatto deciso di lasciare lo status quo con aeroporti piccoli, società sotto capitalizzate e un proprietario (lo Stato) che non sembra avere le risorse per far fronte a tutte le necessità. L’alternativa sarebbe stata ridurre il numero di aeroporti da tenere in vita ed assicurare collegamenti veloci con quelli rimasti, ma stante il quadro di interessi diffusi e localizzati che abbiamo descritto sopra era difficile attendersi un esito diverso. Il principio della realpolitik suggerisce quindi che al momento non possiamo aspettarci un Piano fatto di poche priorità su temi rilevanti, ma un Piano ammiccante, cioè’ una lunga lista di azioni (per fare contenti tutti i portatori di interessi) che solo in piccola parte saranno attuate. La speranza é che tra di essere ci siano azioni che favoriscano la crescita (+spesa turistica).

Il Piano é anche l’occasione di confrontarsi su temi importanti e per formare opinioni e consenso che poi possono modificare il corso dell’azione. Le analisi ponderose che fanno da prologo e l’attenzione degli addetti ai lavori, agevolati da media e internet, sono un terreno fertile per discutere in modo aperto quali siano i problemi del turismo italiano e quali le possibili soluzioni. Attenzione, non ci riferisce solo alla discussione che avviene prima dell’adozione del Piano, ma a quella che dovrebbe esserci subito dopo e che dovrebbe stimolare i policy maker a riponderare e verificare le decisioni prese. In questo senso il Piano ha una funzione di apprendimento. Questo processo però funziona solo ad una condizione. Gli obiettivi devono essere chiari, concreti e, possibilmente individuati con target misurabili. Una cosa é affermare che l’obiettivo generale del Piano é Accrescere il ruolo dell’Italia nel mercato turistico globale aumentando la competitività del sistema turistico nazionale (come scritto negli Orientamenti presentati nel gennaio 2016). Un’altra é scrivere: l‘obiettivo é aumentare la quota italiana della spesa dei turisti internazionali in Europa dall’attuale 8% al 10% in cinque anni. Capite bene che un obiettivo concreto come questo spinge a farsi altre domande. A noi ad esempio viene una: é possibile raggiungere quell’obiettivo senza sottrarre alla Spagna turisti provenienti dal Regno Unito e dai Paesi Nordici? Siamo sicuri che la cultura e il turismo esperienziale basti? E poi, é possibile continuare a trattare lo shopping come un’attività turistica di serie B, se contribuisce a quasi 1/3 del fatturato turistico internazionale?

Ovviamente il principio della realpolitik rema contro e dobbiamo attenderci un Piano contraddistinto da obiettivi tanto vaghi, tanto da non disturbare nessuno, e fare contenti tutti. Tuttavia, chi ha a cuore le sorti turistiche dell’Italia non deve perdere questa occasione partecipando attivamente e domando chiarezza e concretezza. Noi ci saremo.

Competenze

Postato il

3 aprile 2016